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Il giornalino dell'Agnesi - questa volta online

Serena

Serena

Storia di Sofia Dossena

Ho sempre faticato a comprendere l’animo umano, lo trovavo imprevedibile e incoerente, succube di qualcosa di indomabile. Proprio perché io ne possedevo uno, ero perfettamente cosciente dei numerosi passaggi illogici che avvenivano nella mia mente. Trovavo disarmante non comprendere come potessero esistere dei collegamenti tra il pensiero controllabile e l’inconscio: come un’idea, un ragionamento o un ricordo potesse balenarmi nella testa senza averlo accuratamente cercato.

Probabilmente ciò che più mi infastidiva e ciò che creava in me un’insana ostinazione era l’essere costantemente consapevole di questo prendere forma, della creazione di pensieri, eppure rimanevo completamente estraneo a me stesso.

Per la mia voglia incontrastabile di essere partecipe di qualcosa che tanto mi riguardava, decisi di intraprendere gli studi di neurologia. Il mio piacere per la scoperta fece in modo che le mie competenze nell’ambito arrivassero ad un buon livello, rimanevo meravigliato da ogni singolo particolare della nostra mente; ma, nonostante la mia conoscenza fosse più approfondita, non avevo ottenuto risposte alle mie domande, anzi erano ulteriormente aumentate.

Mi ritenevo ancora ben lontano dal sapere quale segreto celasse il nostro cervello, percepivo l’interruzione di connessione, il vuoto che innescava l’istinto irrazionale. La mia passione si trasformò in breve tempo in fissazione. Trascorrevo notti insonni, facevo lunghi digiuni in un vano tentativo di ispirazione, ma più il tempo passava e più le mie condizioni fisiche e mentali peggioravano.

Fu durante una delle tante conferenze alle quali partecipai che conobbi la creatura che avrebbe sconvolto la mia esistenza e illuminato la mia mente. Serena era il perfetto connubio tra intelligenza e bellezza, tra struggimento e spensieratezza; non so dire se mi innamorai subito di lei o se la mia freddezza e rigidità me lo impedirono. Sono invece certo che in poco tempo il chiarore delle sue mani, la brillantezza dei suoi occhi e il movimento dolce delle sue labbra mi fecero, almeno inizialmente, dimenticare il mio malessere. Il suo raro sapere mi incantava, aveva una mente fantasiosa e intrigante, un aspetto armonioso e una concezione del mondo del tutto simile alla mia.

I nostri discorsi erano impegnativi eppure mi sollevavano l’animo, capivo di non essere l’unico ad indagare su ciò che era ancora inesplorato. Le nostre ipotesi sull’argomento  che più ci stava a cuore erano delle più disparate: si celava per caso l’onnipotenza divina in quella frazione di secondo impercettibile al nostro cervello? O era tutto quanto un’illusione? Come poteva da un segnale chimico scaturire qualcosa di astratto?

Purtroppo, non arrivammo mai a dare delle risposte significative, infatti, dopo il giovamento iniziale alla mia esistenza che Serena procurò, il mio umore divenne sempre più instabile, ero irritabile e nervoso. Ciò che più mi assillava era la pacatezza della mia adorata. Mi infastidiva il suo intelletto smisurato, iniziai anche a percepire il suo ego e la sua arroganza: ero geloso della sua perfezione. Come poteva un essere terreno possedere un fascino talmente irresistibile da respingermi? Perché i suoi ragionamenti erano sempre più brillanti e coerenti dei miei?

Iniziava ad insinuarsi nella mia mente la malsana concezione che l’intelligenza di Serena non fosse solo da ammirare ma anche da studiare. Nei momenti di solitudine, pensieri insistenti e oscuri mi tormentavano, perdevo spesso coscienza e mi ridestavo dopo sogni terribili. Non distinguevo più la realtà dalle apparizioni, non scindevo visioni e immaginazione. Serena rimaneva impassibile, indifferente, mi sembrava inconcepibile che non si accorgesse di nulla, probabilmente si struggeva dentro di sé: era troppo distante dalla natura umana per lasciar trasparire il suo abbattimento. Come potevo io, dannato, aver suscitato il suo interesse? Ero diventato insicuro, spaventato e disorientato.

L’inizio della mia fine avvenne in un pomeriggio uggioso di fine novembre.

Serena leggeva con lo scroscio della pioggia in sottofondo e la mia testa era lontana, ero stranamente tranquillo e rilassato. Sentivo la frequenza delle gocce d’acqua aumentare e la guardai. I nostri sguardi si incrociarono, lei mi sorrise dolcemente ed io impazzii.

Con velocità le sferrai un colpo alla tempia, i miei occhi si annebbiarono, non controllavo più le mie azioni. Il suo corpo divenne spaventosamente freddo, ora potevo finalmente capire cosa aveva in quella testa. Il cervello di Serena era il mio tesoro, come lo era stata lei, ma ora l’unica cosa che aveva davvero importanza, era prosciugare la mia sete di sapere. Mi ero trasformato in un mostro, avevo convertito qualcosa di imperfetto in ideale. Nonostante le mie ossessive ricerche non scoprii mai l’essenza dell’essere umano, dopo aver più volte sezionato il suo encefalo lo riposi in una vaso di vetro e lo misi sul quarto scaffale della mia cucina, tra sale e zucchero.