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Il giornalino dell'Agnesi - questa volta online

Le Proteste di Hong Kong

Le Proteste di Hong Kong

Di Francesca Tomasoni

Hong Kong è in subbuglio. Le proteste non si sono fermate; gli scontri si fanno man mano più violenti, coinvolgendo persone di tutte le età. I manifestanti non si sono limitati a scendere in strada con gli ombrelli, ma si sono anche muniti di occhiali per proteggere gli occhi dagli spray urticanti, di elmetti contro i proiettili di gomma e gli sfollagente, di maschere e bandane per nascondere il viso alle telecamere di sorveglianza. Cosa sta succedendo?

La città di Hong Kong appartiene alla Cina, ma di fatto è una regione amministrativa speciale. Ha una sua moneta, un sistema politico e una sua identità culturale. Questo rapporto di ‘appartenenza indipendente’ è previsto dalla formula “Una Cina, due sistemi”.  Partiamo dal principio: Hong Kong  è composta da più di 200 isole, sotto il controllo del Regno Unito per decenni – precisamene dal 1842 -, si è adattata ad un’economia capitalista ed un sistema scolastico modellato su quello inglese, così come quello giuridico e legislativo fino al 1997, quando la città venne unita alla Cina.

La fine del dominio coloniale britannico, però, ha segnato Hong Kong ed ora i suoi rapporti con Pechino sono più che complicati. Da un lato viene ribadita l’unità nazionale della Cina, dall’altro viene riconosciuta la diversità di Hong Kong, la quale tuttavia non è completamente democratica, bensì sottoposta per una buona parte dal rigido monopartitismo cinese. All’origine delle proteste vi è dunque soprattutto la preoccupazione da parte dei cittadini di Hong Kong il fatto che la Cina abbia divulgato leggi che violano diritti umani, come la legge sulla gestione delle ONG straniere – organizzazioni non governative, indipendenti dagli Stati -, le cui norme ostacolavano le attività indipendenti delle organizzazioni registrate, la legge antispionaggio, l’emendamento n. 9 al diritto penale, la legge sulla sicurezza nazionale, la legge antiterrorismo e la legge sulla sicurezza informatica. Nonostante il piano di estradizione non si applichi ai reati politici, un ulteriore rischio è che la nuova normativa finisca per legalizzare, in un certo qual modo, irapimentiche si sono susseguiti a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni ritenuta la principale mandante.

La protesta è cominciata, dunque, già dal 2014 dove migliaia di manifestanti si riversarono nelle strade di Hong Kongcon i loroombrelli multicolore, simbolo della non-violenza e lo strumento che permise alle persone di difendersi sia dal sole cocente sia dai lacrimogeni e dagli spray urticanti della polizia, dando il via ad unaprotesta pacifica che durò più di due mesi. In tutto vennero arrestate 955 persone, mentre circa 1.900 vennero denunciati. Infine, la cosiddetta ‘Rivoluzione Degli Ombrelli’ finì con una forte repressione dal governo cinese.

Le manifestazioni ora hanno ricominciato quest’anno e questa volta non pacificamente: oltre ai lacrimogeni, la polizia ha fatto uso anche di proiettili gomma conto i manifestanti chiamati ‘camice bianche’ che scesero in piazza armati di bastoni. A fine giugno le forze dell’ordine hanno lanciato spray al peperoncino dopo che migliaia di persone avevano marciato inizialmente in modo pacifico, riprendendo il simbolo delle proteste, ossia i famosi ombrelli di Hong Kong. Il governo afferma inoltre che gli scioperanti si erano presentati con stanghe e scudi. Dopo vari scontri, sono state erette delle barricate, c’è chi portava caschi e maschere, qualcuno aveva portato perfino racchette da sci.

La repressione sta diventando progressivamente più dura. Durante le manifestazioni del 1° ottobre, la polizia ha utilizzato, per la prima volta, proiettili veri contro la folla di manifestanti. Un gruppo di persone ha reagito lanciando molotov – una sorta di bomba incendiaria -, mentre la maggior parte ha tentato di nascondersi. Decine di migliaia di persone hanno marciato su Hong Kong, domenica 20 ottobre, in una manifestazione antigovernativa che è precipitata nel caos, con atti di vandalismo contro stazioni della metropolitana e negozi di proprietà cinese. Le proteste procedono anche oggi presso Hong Kong e continueranno a farlo finché il governo non realizzerà le condizioni dei cittadini. La Cina, perciò, teme che in questa situazione di tensione crescente, Hong Kong possa diventare una base rivoluzionaria per sovvertire il suo potere costituito.

Il governo, finora, non ha fatto altro che reprimere le proteste senza effettivamente risolvere il suo problema più grande di questo secolo, poiché potrebbe – o, anzi, sicuramente – influire sul potere economico che ha mantenuto fino ad oggi. Non si può aspettare: è una responsabilità della Cina ed essa deve sbrigarsi a concludere questa questione. Non si può dire che non sia un rischio, ma dopotutto le riforme politiche vanno affrontate. Il Paese non può andare avanti in queste condizioni se vuole interagire con il resto del mondo.