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Il giornalino dell'Agnesi - questa volta online

L’assemblea d’istituto: quale ruolo e quale futuro?

L’assemblea d’istituto: quale ruolo e quale futuro?

Articolo firmato da “Bello Leopardiano”

31 maggio 1974: nasce la scuola come la conosciamo oggi. 

In questa data la legge dello stato delinea – tra le altre cose –  le modalità di partecipazione delle diverse componenti della scuola alla vita dell’istituto. Avete presenti i consigli di classe, i rappresentanti di classe e d’istituto, la consulta provinciale, il comitato studentesco? Nascono tutti con questa legge, il DPR 416/74. E insieme agli organi di rappresentanza viene per la prima volta garantito il diritto di assemblea agli studenti, assemblea di classe e di istituto, non più di una al mese in orario scolastico, occasione di partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti, come recita la norma.

Ma basta guardarsi intorno per accorgersi di come il caso dell’Agnesi sia ormai alquanto isolato: quali altre scuole nella nostra zona mantengono la tradizione di più assemblee all’anno, organizzate per tutti gli studenti contemporaneamente e impegnando un’intera giornata scolastica? Non molte. E anche nel nostro liceo periodicamente sorgono polemiche sull’utilità di queste giornate, non solo tra gli insegnanti, ma anche tra gli studenti stessi.

Del resto, si chiedono, perché continuare con questa esperienza se l’assemblea è vista dai più come un momento buono solo per stare a casa a dormire o per vagare nei corridoi? E’ capitato e capita, è un’obiezione più che lecita.

Si capisce allora che l’obiettivo degli studenti deve essere proprio quello di dare senso. alle assemblee, e in generale ai momenti di partecipazione alla vita della scuola; attenzione, non ridare, perché non ha senso favoleggiare una mitica età dell’oro della partecipazione democratica cui dovremmo tornare; e quand’anche le cose fossero state migliori un tempo, noi abbiamo il compito di vivere il nostro tempo, senza farci venire il torcicollo a guardare il passato. 

Ma se guardare al passato non è un’operazione completamente lecita, tantomeno lo è – anche se potrebbe essere facile – esortare con ispirati proclami le masse a volgersi verso il radioso sole dell’avvenire studentesco, con una retorica e un’oratoria che Cicerone spostati. Questi bei discorsi si scioglierebbero come neve al sole aprendo il nostro diario su un giorno a caso. In più, non possiamo certo affermare che tutte le assemblee, di oggi o di ieri, siano effettivamente ben organizzate e utili: quanti dibattiti, quanti film, quante conferenze sembrano effettivamente lasciare un segno? Ben pochi.

Dovremmo allora, per essere onesti con noi stessi, riconoscere che lo strumento dell’assemblea è fallimentare, e rinunciare a questo diritto. Dovremmo farlo se non ci fosse una vera e concreta utilità, almeno quella sicura. In effetti, partecipare ad un’assemblea implica l’iniziare a misurarsi con questioni “vere”, attuali, cercare di elaborare, affermare e sostenere un’opinione, non prima di aver ascoltato le buone ragioni dell’altro. E questo è utile non solo per ideali democratici e di impegno civile che possono talvolta apparire slegati dalla realtà, ma anche solo per decidere in un gruppo di lavoro in azienda quale sia la soluzione migliore per un certo problema, o per riuscire bene in un’interrogazione. Collaborare nell’organizzazione di un’assemblea, invece, vuol dire assumersi responsabilità di fronte all’autorità, vuol dire sfruttare al massimo le proprie conoscenze scolastiche e i propri interessi, vuol dire imparare a prendere in mano le redini delle proprie decisioni. In due parole, diventare adulti.

Ora, questo non vuol dire assolutamente che tutte le ciambelle debbano uscire con il buco, è scontato che non sia così: tutte quelle magagne già citate non scompaiono magicamente, ma acquisiscono un nuovo e più completo significato. In effetti, partecipando alla vita della scuola si impara uno stile, un metodo di azione e di comportamento della vita: sarebbe peccato mortale privarsi o privare gli altri di questa possibilità, e dico di non privarsene a chi non si sente attirato dalle proposte: se non per la crescita come cittadino, quantomeno per un voto in più nella prossima interrogazione!
E dico di non privare, invece, a chi ha già oggi responsabilità nella scuola: anche se sembrano inutili e sterili esercizi di stile, non tralasciate quei momenti pienamente democratici che sono le commissioni, non fate della lista il “centro di potere” delle decisioni, fate di tutto perché alle elezioni si presenti più di una lista, anche se i programmi sembrano sovrapporsi. Avere una casella in più da sbarrare in queste votazioni da quattro soldi allena a riconoscere l’importanza dell’esistenza di tante diverse caselle nelle elezioni vere. 

Questa politica scolastica, spesso piccola e quasi “ludica”, è davvero utile palestra per la vera e adulta politica.